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La trasformazione degli edifici di culto

Giu 7, 2020 | Osservatorio News

La trasformazione degli edifici di culto

Questo è un periodo di grandi trasformazioni culturali e sociali.
Col passare degli anni, infatti, è sempre più sensibilmente visibile il distaccamento da usi e costumi un tempo consolidati socialmente, fintanto da esser divenuti tradizionali, sia nelle abitudini più prosaiche che, specialmente, in ambito religioso.
Quindi non può né deve sorprendere come il numero degli edifici ecclesiastici ormai dismessi sia in costante crescita, soprattutto nei paesi del centro Europa, come Francia, Belgio, Olanda e Svizzera, e del nord America.
Ma se questo fatto è stato ormai ecumenicamente accettato, non si può dire lo stesso per l’utilizzo che viene fatto degli edifici abbandonati, sempre più lontano dal senso originario per cui essi erano nati e che lasciano un vuoto nelle comunità colpite.
Un esempio in tal senso viene sin dagli anni ottanta dove a New York, più precisamente nella Sixth Avenue, una chiesa sconsacrata di Manhattan venne riqualificata come discoteca, che nel tempo si è fatta conoscere col nome Limelight e che, per giunta, nei primi anni del millennio è stata chiusa dopo un’indagine sui giri di droga che vi si tenevano.
Ma quelli che inizialmente si poteva definire eventi sporadici nel tempo si sono ripetuti sempre più spesso, come nel 2011 quando la chiesa di San Giuseppe ad Arnhem, città dei Paesi Bassi, è stata trasformata in Skate Hall dai nuovi proprietari, o più recentemente la chiesa sconsacrata intitolata anch’essa a San Giuseppe adiacente a Corso Sempione, a Milano, trasformata in un disco pub chiamata Gattopardo Cafè e che sfrutta le peculiarità artistiche e storiche dell’edificio per promuoversi, o addirittura l’ex Basilica di San Paolo a Bristol, nel sud dell’Inghilterra, che da luogo di culto luterano è stata trasformata in un pub avente per tema Frankenstein, il famoso quanto decisamente poco religioso romanzo gotico di Mary Shelley.
Ma sono sempre più numerosi, ormai, i casi di altri edifici appartenenti alla Chiesa che, una volta venduti a privati e sconsacrati, vengono adibiti ad altre destinazioni d’uso quali banche, negozi o uffici.
Ciò, come detto, non è solo una perdita a livello economico, con gli edifici spesso svenduti pur di liberarsi delle spese di mantenimento, ma soprattutto a livello sociale, in quanto quegli edifici erano prima importanti luoghi di ritrovo delle comunità interessate e potevano essere ricondizionati e riutilizzati non solo per attività ecclesiastiche ma anche per scopi sociali, come oratori, centri educativi, asili e luoghi adibiti alla formazione professionale o scolastica delle persone non scolarizzate o degli stranieri immigrati che cercano di inserirsi nel contesto sociale.
In Italia il problema è diventato abbastanza allarmante, infatti delle centomila chiese situate nel territorio solo 820 fanno parte del Fec, il Fondo Edifici di culto del Ministero degli interni, mentre gli edifici parrocchiali sono attorno alle 65000 unità e, infine, gli altri edifici dove si svolgono attività ecclesiastiche invece appartengono a privati, comuni, regioni e congregazioni religiose che, spesso, si trovano nell’ingrato compito di gestire edifici in completo disuso senza progetti adatti alla riqualificazione territoriale.
Questo fatto e l’importante sovvenzionamento delle congregazioni – spesso senza entrate per soddisfare le esigenze della comunità – portano, appunto, alla vendita degli stessi edifici per i quali, successivamente, è impossibile impedire un riutilizzo che non sia etico e consono alla storia e allo scopo iniziale per i quali furono costruiti.

Riconoscimento editoriale: ULU_BIRD / Shutterstock.com

Categorie Articolo: riconversione

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